lunedì, 24 luglio 2006

 

solo luce falsa accecante/cabrart

a volte fuggirei spingendo spilli sottili in fondo alle pupille. Di fughe maldestre da ferma a trascinarmi in un dolore fisico ed eterno che cancellerebbe il male di transito in giorni scotti. Che scottano. Ho raccolto un grano intimo al sapore di amara realtà trascinando me e werewolf in vicoli antichi in un pomerigigo di sole. Dai balconi pendevano lampadine . Ai portoni dominavano lucchetti e i pusher in circolo erano in vena di sorrisi non nocivi. Al ritorno barche in strada e gelati a sciogliersi.

Poi l'idea.

Siamo arrivati lì dove la mia infanzia ancora giace in ricordi ripescati dietro la retina. Campi di calcetto e palestra hanno ceduto il posto a macchine abbandonate e rifugio per morti annunciate. "Il classico posto da stupro" sentenzia un werewolf sempre attento. In un attimo. Uno solo. In effetti basta poco ad accorgersene che lì brulica dolore e fine. Io non parlo. Io taccio. MI guardo intorno e scatto inebetita foto su foto nel vano tentativo di distaccarmi da ciò che vedo.

Assurda idea la mia. Di non poter provare attraverso un mirino il dolore.

Me ne accorgo in fretta e mi torna in mente lui. I capelli neri a schizzar acqua in un agosto lontano. Il verde di occhi avidi di vita di "emozione sempre più indefinibile" come in canzoni sempre in testa. La frutta condivisa e i mozziconi a bruciare coperte poco calde. I furti. La tristezza e le posate inesistenti a raccogliere cibo immaginario. Gli abbracci e le lacrime di lui nell'ultimo saluto a mio padre. Gli abbracci e le lacrime mie nell'ultimo saluto a lui. Il dolore. Il non ritorno. La dimenticanza. L'oblio tanto atteso. L'egoismo inevitabile mio. Di chi resta. E non dimentica. 

Scatto. Ancora. Ancora. Ancora. Scatto.

Ti ricordi? Ho provato ad urlarlo "èsololuceaccecante" senza prender fiato. Senza ascolto ho perso battaglie. Mi è bastato per non cadere nella spirale poco eroica dell'ero. Mi è bastato per non perdere mai di vista chi sono. Io. Mischiata ma non invischiata in realtà dure. 

Ora nel ricordo trovo pace. La tua. Re. Senza fili. Mai più schiavo.

Quello che werewolf non conosceva è la radice del mio triste reagire. A volte ci sono storie che è bene raccontare a sangue freddo quando il male scompare. o meglio si addormenta e ti lascia respirare. Spero mi perdoni se in quell'attimo di cucchiai e siringhe e sangue su cartone tutto ciò che riuscivo a dire era "qui fa male. Si da stupro. Vero". Scatto dopo scatto. 

Una schermaglia non attiva la rubattimi in funzione.

oggi ancora tremo. e ci tornerò. Come in una messa privata. in onore di te.  

 


 

[Nella mia città ci sono luoghi un tempo splendidi che hanno un grande potenziale abbandonati a se stessi a marcire. A volte mi viene da pensare che al comune faccia comodo lasciare le cose come stanno in modo da poter tenere sottocontrollo la situazione di tossicodipendenza avanzata che richiede ovviamente spazi in cui rifugiarsi per bucarsi. Per dormire in inverno. Per stare lontani dagli occhi del resto del mondo. Io non sono il comune e non sono un giudice. Credo però che ripulire ogni tanto quei luoghi per evitare che gli stessi tossicodipendenti corrano il rischio di ammalarsi e peggiorare la loro già precaria situazione possa essere una richiesta "giusta". Se proprio vogliamo considerarli "pericolosi" almeno non arriviamo a dimenticare che si tratta di uomini. Le motivazioni che spingono ad un lento suicidio non ci interessano, Non stiamo a parlare di questo. Non è quello il punto, se loro meritano o meno una triste sorte, se "se la sono cercata". Tutto ciò che ci vorrebbe è un po' di umanità. Nno si parla di lavoro. Di aiuto economico. Di sostegno. Si parla di sistemtiche disinfestazioni. Almeno quello. Almeno.

So di vivere in una città in cui vige un sistema di rifiuto per ogni condizione umana che non rientri nel "progetto globale" di bravo cittadino, ma questo non mi spinge a restare indifferente e a seguire per poter vivere "meglio e indisturbata" le loro idee. Tra le righe la mia è molto più che una denuncia e so che c'è chi saprà cogliere il resto. Intanto a voi uno scatto. Uno fra tanti. Per capire.]

 


 

 


 

sound on: the end/the doors

vomitato in fili di parole da: cabram mentre scoccavano le 10:27 | Permalink | commenti (5)
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martedì, 04 luglio 2006
 
Ci sono storie che pretendono semplicità.
Pochi giri e giochi di parole. Zero metafore. Qualche dolce allusione.
Ci sono vite che richiedono chiarezza.
Oggi parlo io.
 
In terra nella mia terra.
 
 
La mia città muore.
Usurpata e abbandonata e maltrattata. Si spegne.
Questo altro non vuole essere che l’ennesimo grido sociale.
 
 
[Dicono i posse: scateniamo tempesta ma preferiamo il sole]
 
 
Sento forte le origini.
Vivo di sole e mare. Di salsedine e Storia.
Di multietnie e contaminazioni millenarie.
Di un dialetto testimone della possibilità di vivere le differenze e farle proprie.
Di una necropoli greca resa città nuova.
Di una città vecchia calda di colonne doriche e basiliche medievali e ricordi barocchi.
Di case antiche che parlano. Affreschi e simboli fallici a ricordare potenze passate.
Di Leggende d’ ogni tempo a rincorrersi.
Di Storie di santi e anelli. Di dame e ribellioni. Di divinità e mare.
Storie di colonialismi e occupazioni e devastazioni.
Storie di saccheggi. Di violenze e di moderni bombardamenti.
Di Garibaldini e fascismi e resistenze.
Di nonna che corre senza una scarpa. Di nonno che se la sposa.
Di case crollate e pane nero. Storie di scelte obbligate.
Di ignoranze che insegnano.
Di aristocrazie assassine.
Di rabbie per impianto siderurgico e marina militare e basi NATO ad ucciderci i sogni.
Di un lento ritorno alla semplice essenza della mia terra.
Di un lento risalire a galla la voce del popolo.
 
La mia città muore.
Intanto stringiamo mani ai pescatori giù alla marina
Agli operai stanchi che diminuiscono ogni giorno per incidenti e morti sul lavoro.
Agli abitanti delle periferie che si ammalano respirando polveri rosse tossiche.
Ai bambini che ancora giocano ed è presto per soffrire.
 
Il nostro è un urlo che cresce.
Ci hanno indotti al vile silenzio e ora è tempo di riscatti.
Ci hanno relegati in un angolo di mondo che non riconosciamo.
Violenza. Malavita. Imposizioni. Disoccupazione. Povertà e desolazione.
 
Noi abbiamo cultura. Calore. Passione e mare.
 
Questo grigio non ci appartiene. Questo fumo nero che copre il cielo.
Questo vuoto che ingloba tutto. Questo silenzio che cala.
Abusi. Su abusi. Su abusi.
 
Noi ci siamo.
Il risveglio è evidente.
Ritorniamo a riappropriarci ognuno a suo modo degli spazi.
Vivi.
 
Contro la coscienza che urla non c’è nulla che tenga.
 
Avete avuto anni.
Adesso tocca noi.
Piano dal basso tutto si muove.
E smuove.
 
In giro per le strade a portare conoscenza.
Mostrare le vie d’uscita.
Uniti nello scopo e questo vale.
 
Comitati di quartiere
Nuovo sound tarantino
:Alternativa_mente:
Cooperativa owen
E poi noi.
E poi io. Gli altri. I singoli.
I trasfertisti. I silenziosi che fanno senza dire.
I lontani ma sempre presenti.
I tifosi. I poveri e resistenti.
 
A bramare e diffondere il valore della terra.
Senza raccontare favole.
Trasmettendo amore.
Senza distinzioni. Senza muri alle intenzioni.
Semplicemente tarantini.
A trasmettere il senso del futuro ai bambini.
Ad insegnare che lavoro non è solo ILVA e acciaio in lavorazione.
A trasmettere il senso della bellezza della città dei due mari.
A ricordare che della Puglia non siamo lo scarto Non dobbiamo abbandonarci e morire.
A non fermarsi anche quando il resto intorno ci ricorda ridendo che a nulla vale.
Manifestare. Scendere in piazza.
Coltivare e rinforzare la coscienza sociale.
I presidi. Nuove idee in movimento a rilanciare.
 
Non ci sto.
Non riesco a pensare che la rassegnazione sia la scelta giusta.
Nel nostro piccolo c’è già la capacità di rivoluzionare.
Una mente alla volta di portare avanti il concetto di risalita e giustizia sociale.
Di ritornare a crederci e di iniziare a trasformare la rabbia accumulata e il silenzio sofferto
In idee ed energia da lasciar scorre. Scivolare.
Nelle strade tra la gente.
 
Ritornare a galla.
Respirare.
Respirare.
Respirare.
 
 
 
 

[LA LEGGENDA DELLA BELLA SKUME

 

Il castello Aragonese, così come lo vediamo oggi, è privo del torrione Monacella,

 abbattuto nel 1844. Nei pressi di questa torre nacque la leggenda della bella Skume.

Il popolo racconta che un pescatore volle vendicarsi della propria moglie e,

credendola infedele, la condusse con la sua imbarcazione in alto mare e qui la abbandonò,

in balia delle onde. La donna però miracolosamente non annegò.

Sopravvisse, salvata dalle Sirene che ebbero pietà di lei.

Divento così anch'ella una Sirena e prese il nome di Skume (Spuma del mare).

Il marito, tormentato dal rimorso e dalla nostalgia,

tornò sul luogo del crimine e, ritrovata Skume sana e salva, la riportò a casa.
Questo racconto tradizionale, un tempo molto diffuso tra gli abitanti della Città Vecchia,

è oggi praticamente sconosciuto ai più.

Solo i pescatori anziani lo ricordano, perchè narrato loro quando erano fanciulli.]

vomitato in fili di parole da: cabram mentre scoccavano le 15:49 | Permalink | commenti (21)
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lunedì, 03 luglio 2006

fido guido - Intro

[in foto noccia writer]

soundon - FidoGuido/TerraDiConquista 

 


 

[domani parlo io]

 

 

 

 

vomitato in fili di parole da: cabram mentre scoccavano le 20:14 | Permalink | commenti (2)
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